• Andrea Morzenti

Green pass e accountability



Accountability è una parola inglese che può essere tradotta con la parola italiana responsabilizzazione. Me lo hanno spiegato bene all’epoca dell’implementazione in Italia del GDPR, dicendomi però anche che è una delle tante parole che non trova in italiano una traduzione compiuta. Perché anche in italiano accountability si dice accountability.

 

Tecnica normativa utilizzata prevalentemente nel Nord Europa tende, appunto, a responsabilizzare il (e a dare fiducia al) soggetto obbligato di un adempimento. Il Legislatore assegna un compito e un obiettivo, sta al soggetto obbligato definire il come assolverlo e raggiungerlo. Nessun regolamento attuativo o dpcm, insomma, a spiegare poi il come. Perché i soggetti obbligati non sono tutti uguali, un piccolo negozio non è certo come una multinazionale.


Fondamentale in ottica di accountability è i) una analisi preliminare che, con dati certi, spieghi e motivi il perché della soluzione adottata e ii) un monitoraggio documentato di come la soluzione viene effettivamente applicata e, eventualmente, modificata nel tempo.

Entrambi, analisi e monitoraggio, hanno un duplice obiettivo: garantire il risultato richiesto dal Legislatore e poter comprovare quanto fatto in caso di controllo da parte delle Autorità.


In termini forse un po’ ridotti, a me pare che con il decreto sul green pass nei luoghi di lavoro il governo abbia scelto questa strada.


Premesso che il soggetto obbligato è, in primis, “chiunque svolge una attività lavorativa […] ai fini dell’accesso nei luoghi in cui la predetta attività è svolta” (quindi prima di parlare di controlli ricordiamoci che la norma pone prioritariamente un obbligo in capo al lavoratore) il decreto dice che sono i datori di lavoro a dover definire, entro il 15 ottobre 2021, le modalità operative per l’organizzazione delle verifiche, anche a campione, prevedendo prioritariamente, ove possibile, che tali controlli siano effettuati al momento dell’accesso ai luoghi di lavoro.


Va detto che il governo qui traccia un po’ la “strada del come” consentendo controlli a campione, definendo prioritari i controlli quando si accede al luogo di lavoro e ricordando che le verifiche dovranno essere effettuate con le modalità in vigore per i settori già obbligati (cioè con l'app VerifaC19), però il non aver letto “con successivo decreto del ministero del lavoro, sentito il garante della protezione dei dati personali, le regioni e le province autonome, il ministero della salute, entro venti giorni dall’entrata in vigore del presente decreto legge saranno definite le modalità operative per il concreto esercizio di tale controllo”, ecco a me ha rincuorato.


Certo ora i datori di lavoro, con l’aiuto di consulenti e associazioni datoriali, forse dovranno fare uno sforzo in più. Non solo applicare istruzioni calate dall’alto e uguali per tutti, ma cucire per la propria organizzazione la soluzione più adatta, semplice e funzionale per raggiungere l’obiettivo. Uno sforzo iniziale in più, una attività migliore poi. In ottica di accountability, responsabilizzazione. E fiducia.

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