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Il potere di cambiare il mercato del lavoro è nelle mani delle persone



Inizia con questo post la collaborazione di IlDucaDaSolo con intornoallavoro.

Un grazie sincero a lui, una buona lettura a voi.

 

Il potere di cambiare il mercato del lavoro è nelle mani delle persone. Le persone hanno il potere e la responsabilità di portare le organizzazioni nel futuro del lavoro.

Sembra una sfida molto ambiziosa, per certi versi impossibile, ma se guardiamo alle trasformazioni del lavoro dell’ultimo anno, possiamo convincerci che è possibile.

Sicuramente le condizioni del campo su cui giocare questa sfida, il mercato del lavoro italiano, risultano pessime.

Il nostro è un mercato del lavoro fragile, in sofferenza, poco dinamico, poco efficiente e poco equo, le cui debolezze congenite irrisolte si sono originate dagli anni 90 e accentuate nei decenni successivi, in particolare nel periodo di crisi del 2008-2012. La crisi sanitaria dell’ultimo anno ne ha ulteriormente amplificato le criticità. La recessione profonda che l’economia ha subito ha modificato significativamente la struttura produttiva italiana, le caratteristiche dell’occupazione e i comportamenti individuali.


La fragilità del mercato del lavoro è innanzitutto legata alla fragilità del capitale umano. I dati OCSE ci indicano che undici milioni di lavoratori posseggono un livello basso di competenze e che il 6% dei lavoratori ha basse competenze per il lavoro che svolge. Lo skill mismatch, cioè il divario tra le competenze richieste dalle aziende e le competenze possedute dai lavoratori, aumenta l’inefficienza del mercato del lavoro e si traduce in una perdita di produttività. I dati Excelsior rivelano che nel 2020 sono più di un milione le opportunità di lavoro che non sono state coperte per mancanza di candidati adeguati. La causa di tale fenomeno è sicuramente da imputare alla distanza, ancora rilevante, tra sistema educativo-formativo e sistema produttivo. Il 35% dei lavoratori è occupato in un lavoro non correlato al percorso di studi svolto. Se consideriamo poi l’assenza di adeguate ed efficaci politiche attive del lavoro e di un efficiente sistema di servizi per l’impiego, risulta evidente quanto sia in affanno il nostro mercato del lavoro.


Alla fragilità del capitale umano, se ne sommano altre, sempre legate alla specificità del nostro Paese:

  • Invecchiamento della forza lavoro e posticipo dell’età pensionistica (le carriere professionali durano 50 anni e oltre);

  • Squilibri tra generazioni (il rapporto tra over65 e persone in età lavorativa è di 1 a 3) e tra generi (risultano occupati 7 uomini su 10, 5 donne su 10, 4 giovani su 10!);

  • Divario tra territori (al Sud la disoccupazione pesa per più del doppio rispetto al Centro e al Nord);

  • Dualismo tra Insiders e Outsiders (tutele quasi esclusivamente a favore di chi è già occupato);

  • Part-time involontario (il 60% del PT è involontario, contro il 60% volontario nei Paesi del Nord Europa);

  • Bassa produttività del lavoro (negli ultimi 25 anni è cresciuta in media dello 0,3% contro l’1,6% della media EU28);

  • La piaga del lavoro irregolare (riguarda circa 2,5 milioni di lavoratori e raggiunge un valore di circa 80 miliardi ogni anno).


Un contesto decisamente debole, che neppure dieci riforme del mercato del lavoro, solo negli ultimi vent’anni, con interventi che avrebbero dovuto ridare “qualità” o “dignità” al lavoro, sono riuscite a migliorarlo e ad accompagnarlo verso la media delle performance europee.


Se da un laro dobbiamo rassegnarci a politiche economiche e a politiche del lavoro inefficaci, incapaci di attivare tutta la forza lavoro (guardiamo alle prossime con molta apprensione e speranza), dall’altro ricordiamoci che le persone hanno il potere di cambiare il mondo del lavoro.

A pensarci bene, quello che è successo negli ultimi dodici mesi ci dice proprio questo. Cerchiamo di analizzare come è cambiato il lavoro da quando siamo entrati nell’emergenza sanitaria Covid.

La crisi ha colpito circa 12 milioni di lavoratori, che hanno subito una riduzione o sospensione dell’attività lavorativa, a cui ha rimediato il sistema degli ammortizzatori sociali.


Per otto milioni di lavoratori si è trasformata rapidamente la modalità di svolgere il lavoro.

Abbiamo adottato un cambiamento radicale nella gestione del lavoro, siamo stati flessibili, abbiamo introdotto di forza il lavoro da remoto (anche se non possiamo parlare di smart working, proprio lavoro agile non è stato…), dal fisico al virtuale. Ci aspettiamo che questa modalità si consoliderà e si definiranno nuove forme di “lavoro ibrido” ufficio – smart working (quello vero, non quello dell’emergenza!).

Abbiamo imparato ad utilizzare nuovi strumenti di lavoro e abbiamo cambiato alcune modalità di comunicazione, di lavoro in team, di gestione delle relazioni. Ci aspettiamo di adottare definitivamente nuovi strumenti di lavoro e nuovi modelli organizzativi

Abbiamo conosciuto un nuovo tipo di leadership e di leader, dedicati alla gestione dei nuovi modelli organizzativi, a strategie di adattamento e riorganizzazione, alla diffusione di una cultura positiva, i cui elementi principali sono l’empatia e la fiducia.


La funzione HR ha assunto un ruolo cruciale e lo manterrà in futuro: le persone sono e saranno al centro della trasformazione, una profonda trasformazione culturale. Le persone al centro, al centro di un mondo del lavoro che cambia.


Per questo le persone hanno il potere di cambiare il mondo del lavoro. Il cambiamento delle organizzazioni passa per il cambiamento delle singole persone che le compongono. Le persone hanno la responsabilità di consegnare alle generazioni future un mondo del lavoro migliore


Le persone devono investire su sé stesse e sugli altri, in tre direzioni:

  1. Innovazione. È necessario fare proprio il concetto di innovazione e diventare protagonisti della trasformazione tecnologica e digitale che riguarda i processi e le professionalità. L’OCSE ci informa che nei prossimi quindici anni un lavoro su sette sarà a rischio automazione e 1 su 3 subirà cambiamenti significativi con l’introduzione di nuove tecnologie. Bisogna essere consapevoli che le discipline e i settori della robotica, dell’automazione, dell’intelligenza artificiale, i big data, l’internet of things, la gig economy guidano questa trasformazione che sta invadendo le nostre vite e il nostro lavoro.

  2. Competenze. Per essere protagonisti della trasformazione digitale, servono competenze digitali, ma non solo. Serve potenziare le competenze a “T”, cioè avere una conoscenza approfondita “verticale” del proprio campo e, contemporaneamente sviluppare la capacità “orizzontale” di comunicare con le altre discipline. Servono le Soft skills (capacità di relazione, lavorare in team, positività, intelligenza emotiva, curiosità e creatività), in qualunque ruolo e ambito lavorativo. Ogni persona deve concentrarsi sulla propria Occupabilità (Employability), deve aumentare il proprio valore sul mercato del lavoro, attraverso l’apprendimento, anche autoappredimento, continuo (formazione, aggiornamento in autonomia), formale e informale, percorsi di skilling, upskilling e reskilling. Investire su se stessi, sulla crescita personale e professionale, che contribuisce alla crescita dell’organizzazione e, di conseguenza, alla crescita del mercato del lavoro, della qualità del lavoro.

  3. Sostenibilità. Le persone possono cambiare in meglio il mondo in cui viviamo attraverso l’agire responsabile, che significa essere consapevoli che ogni nostra azione ha un impatto sugli altri e che tale impatto deve essere positivo, deve creare valore per il bene comune. Agire responsabili significa promuovere la diversità e l’inclusione, cioè integrare le diversità nel proprio ambito sociale e aziendale e sostenere una cultura inclusiva che crei le condizioni affinché ognuno possa esprimersi al meglio, valorizzando il gruppo sociale o il team di lavoro a beneficio della società e dell’azienda.


Le persone sono il centro e al centro della trasformazione, il cambiamento sarà l’unica costante. Le persone, e le organizzazioni di cui sono parte, hanno il potere di cambiare il mercato del lavoro, le persone hanno il potere di guidare il cambiamento del lavoro.

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