• Andrea Morzenti

Agile individuale o livella collettiva?



Durante la pandemia, si sa, non abbiamo fatto smartworking (lavoro agile) ma, cara grazia per chi ha potuto, abbiamo fatto homeworking (lavoro da casa). Perché lo smartworking è tutt’altro, cioè una modalità di esecuzione del lavoro:

  • stabilita mediante accordo individuale tra datore e lavoratore;

  • anche con forme di organizzazione per obiettivi;

  • senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro;

  • in parte all’interno dei locali aziendali e in parte all’esterno.

 

Correva l’anno 2017 e con pochi articoli di legge venne disciplinato questo modo di lavorare, non un nuovo contratto di lavoro, che restava dentro la cornice del lavoro dipendente. Due erano gli obiettivi: i) incrementare la competitività e ii) agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.

Facile, agile. Ci si accorda (e quindi bisogna essere in due, nessun può imporre), si possano fissare obiettivi al posto di quanto lavorare, si lavora un po’ in azienda un po’ fuori, e quando si è fuori non importa dove si è.


In un’azienda ci possono essere mansioni che si sposano con questo modo di lavorare, altre che si sposano in parte, altre che non si sposano per nulla. E, ancora, ci possono essere lavoratori che lavorano meglio dove vogliono e altri che invece lavorano meglio in ufficio o che, semplicemente, vogliono venire in ufficio. E ci sono attività specifiche, momenti dell’anno particolari, dove la presenza è necessaria; e altre situazioni dove, al contrario, la presenza è irrilevante. Da ultimo, nello stesso ufficio possono coesistere accordi di smartworking anche molto diversi tra loro.


Perché, a volte, è giusto differenziare e non livellare.


Ecco perché la legge del 2017 ha previsto che al centro dello smartworking non ci debba necessariamente essere un contratto collettivo ma, invece, sia obbligatorio un accordo individuale. Non i sindacati e le associazioni datoriali, ma il lavoratore e il suo manager.


E allora perché il Ministro del Lavoro ha promosso, e il 7 dicembre del 2021 ha sottoscritto con le parti sociali (io ne ho contate ventisei), il “Protocollo nazionale sul lavoro in modalità agile”? Un protocollo di nove pagine che nulla aggiunge a quello che già prevede la legge?

Forse perché al Ministro Orlando non piace lo spirito individualista e non collettivista di quella legge? Forse per la volontà delle parti sociali di volersi (indebitamente?) appropriare di quanto la legge ha invece voluto assegnare alla contrattazione individuale? Non so. Forse, invece, semplicemente per il lodevole intento di voler dare nuova linfa vitale allo smartworking post pandemia? Mah.


Quello che è certo è che “l’uso, nel presente Protocollo, del genere maschile è da intendersi riferito ai lavoratori e alle lavoratrici e risponde solo ad esigenze di semplicità linguistica” (cit.). Sia mai.


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