• Andrea Morzenti

Andando al lavoro... urca, ho scordato il vaccino



Il lavoratore NoVax può essere licenziato se rifiuta il vaccino anti-Covid?


Ridotto ai minimi termini è questa la domanda del momento tra i giuslavoristi. Dopo l’intervista di Pietro Ichino al Corriere della Sera se ne parla un po’ dappertutto. Singolare, direi, dato che oggi di vaccini se ne vedono sempre meno e il piano vaccinale in Italia pare sempre più compromesso. Più che NoVax siamo alla fase NoVaccini, con le dosi che scarseggiano e non si sa ancora chi, quando e dove, tra una primula e l’altra, sarà vaccinato.


E poi, chi somministrerà il vaccino? Mentre il Commissario Arcuri è ancora alla ricerca di medici e infermieri c’è chi propone, per restare in ambito lavoristico, che a vaccinare i lavoratori siano i medici del lavoro. Un amico, quando gliel’ho detto ha subito obiettato: "dal mio medico aziendale? Oh mamma mia…". Fortuna il suo collega l’ha subito tranquillizzato: "sereno, pensa che il vaccino antinfluenzale a mia nonna l’ha sempre fatto mia mamma, che non è certo un medico".

 

Ma torniamo alla domanda iniziale. La posizione di Ichino, in sintesi “sì al licenziamento”, oggi in dottrina infatti non è così pacifica. Perché se l’obiettivo era più “politico” che giuridico (spingere i più a vaccinarsi, soprattutto nelle professioni sanitarie), bene così. Ma dal punto di vista tecnico, giuridico appunto, qualche dubbio resta.


Partiamo dall’art. 2087 del codice civile, citato dallo stesso Ichino a suffragio della sua tesi, che recita: “L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”.


Ma anche da questo: “Ai fini della tutela contro il rischio di contagio da COVID-19, i datori di lavoro pubblici e privati adempiono all'obbligo di cui all'articolo 2087 del codice civile mediante l'applicazione delle prescrizioni contenute nel protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del COVID-19 negli ambienti di lavoro, sottoscritto il 24 aprile 2020 tra il Governo e le parti sociali, e successive modificazioni e integrazioni, e negli altri protocolli e linee guida di cui all'articolo 1, comma 14, del decreto-legge 16 maggio 2020, n. 33, nonché' mediante l'adozione e il mantenimento delle misure ivi previste. Qualora non trovino applicazione le predette prescrizioni, rilevano le misure contenute nei protocolli o accordi di settore stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale” (art. 29-bis, Decreto Legge n. 23/2020).


Norma quest’ultima che aveva, a mio parere giustamente, l’obiettivo di dire ai datori di lavoro: tranquilli, se rispettate il Protocollo, sottoscritto da associazioni datoriali e sindacali, state facendo tutto quanto oggi potete fare sulla base dell’esperienza e della tecnica, per tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori al fine evitare loro il contagio. Se così, però, significa anche che nulla in più può essere “imposto” al lavoratore e chiesto al datore di lavoro. Nessun vaccino quindi, ma solo distanziamento, mascherine, rilevamento della temperatura, smartworking, … insomma tutto quello che sappiamo e viviamo ormai da mesi sui luoghi di lavoro.


Il Protocollo, in altre parole, rappresenta oggi quanto di più aggiornato si possa avere. Lo si deriva dal combinato disposto dei due articoli sopra citati. Con la conseguenza, a mio parere logica, che se si vuole imporre il vaccino e il licenziamento in caso di rifiuto, allora è il Protocollo che deve essere rivisto, aggiornato, magari differenziato in base a mansioni e a contesti lavorativi (diverso il caso di un'infermiera e di un operatore call center). Oppure, ovvio, serve una legge ad hoc, che oggi non si vede all'orizzonte. Anche perché, come ha scritto un mio amico giuslavorista, farsi iniettare un vaccino non è come dover indossare un paio di scarpe antisdrucciolo.


Tema complesso, un tormentone come è stato anche definito, che credo occuperà tutto il 2021. E non solo con riferimento ai lavoratori già assunti, ma anche per i candidati in cerca di lavoro.


Ecco, questa mia opinione, che già conta come il due di picche a briscola fiori, è - disclaimer - mutevole come questo maledetto virus e le sue varianti.


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