• Anonimo

Piccoli racconti di un tutore volontario di minori stranieri non accompagnati



La legge li definisce Minori stranieri non accompagnati, sono i ragazzi stranieri che arrivano in Italia da soli, senza genitori o altri adulti legalmente responsabili.

Sono solitamente affidati a strutture di accoglienza e a loro, il Tribunale per i Minorenni, nomina un tutore.


I tutori volontari sono privati cittadini, formati, selezionati, ed iscritti ad appositi albi, che esercitano la rappresentanza legale dei minori stranieri che non hanno i genitori in Italia. Una forma di “cittadinanza attiva e di genitorialità sociale”.

Svolgono diverse attività, tra cui: richiesta di permesso di soggiorno, apertura di un conto corrente, richiesta di iscrizione al Servizio sanitario nazionale, prestazione del consenso informato nelle decisioni e interventi sanitari, iscrizione a scuola, rapporto con i servizi sociali e le comunità di accoglienza.


A volte scrivono piccoli racconti. Oggi ne ospitiamo volentieri uno. Buona lettura.
 

Posso passare a trovarti domani? Magari preleviamo. Mi aveva scritto, un paio di mesi fa, una sera di metà fine marzo.

È maggiorenne da novembre, ma non avevamo ancora fatto il passaggio del conto corrente (su cui c’erano gli accrediti dei tirocini e anche di uno stipendio). Il bancomat era ancora intestato a me.

Strano, però, avevamo prelevato qualche giorno prima e anche una somma più consistente del solito. Quando prelevava qualcosa in più, di solito c’era una parte da mandare a casa (ad esempio a inizio scuola o a Natale, con un pensiero sempre rivolto al fratello più piccolo). L’ultima volta non gli avevo chiesto perché, dai ormai è maggiorenne e chissà forse era la volta dell’iPhone che puntava da un po’ di tempo.

È arrivato in Italia un paio di mesi prima di compiere i 16 anni, nel settembre del 2018, con una modalità che poi ho scoperto comune a tanti minori albanesi.

Non studiava, non lavorava, passava “tutta la giornata in giro”, mi ha raccontato dopo oltre un anno che ero suo tutore. Suo papà, anche lui senza lavoro, allora, gli aveva proposto di venire in Italia e lui aveva accettato. Ti farai trovare dalla polizia, gli aveva detto, e poi verrai accolto in una comunità.

Albania, Otranto, Milano. Ha viaggiato con il papà, che gli ha lasciato qualche denaro e poi è tornato a casa, vicino Valona. Si è fatto trovare, a Monza, mi disse per sbaglio. Nel caso, ha sbagliato bene, ne sono convinto.

Un ragazzo che mi era sembrato così piccino, che parlava poco e male l’italiano e che si era messo a piangere. Il responsabile di quella casa (così più meno mi veniva presentato) che gli diceva che avrebbero comprato il giubbotto più pesante, che ne aveva bisogno. La camera dell’appartamento senza niente alle pareti. Un caffè con la moka. E poi va be’ l’altro ragazzo, conosciuto anche lui per la prima volta, che traduceva, e che è una storia diversa. Sono i miei ricordi di quella mattina di dicembre del 2018, quando l’avevo conosciuto.

Si era messo a piangere mentre gli veniva comunicato (squadra al completo, c’erano anche la responsabile della comunità e l’assistente sociale) lo spostamento in un’altra comunità, ritenuta più adatta alla sua età, dove però avrebbe avuto meno libertà.

Quella sera di marzo, un paio di mesi fa, è entrato in studio prima il sorriso, poi lui.

Mi confermava che di lì a pochi giorni avrebbe firmato un contratto di apprendistato di tre anni, trenta ore a settimana.

Un contratto di lavoro, la tranquillità per il permesso di soggiorno, ma non solo. Significava tornare a casa, dalla famiglia, in estate, dopo tre anni. E infatti, è stata la prima cosa che ci siamo detti.

Era un desiderio sempre più forte, negli ultimi tempi. Me ne parlava proprio qualche giorno prima. Sai che mi piacerebbe conoscere i tuoi genitori, gli avevo detto. Mi piacerebbe dire a tua mamma quanto sei stato bravo, che bello il tuo percorso (non disse niente e arrossì).

Ah, le mamme!

Sorrido ancora se penso a come mi aveva raccontato della zuppa cucinata in diretta con sua mamma e del don che ne aveva mangiata “troppa” (altro spostamento, terza casa – comunità, pur nell’ambito dello stesso progetto).

Penso alla tutrice (i tutori sono soprattutto donne e mamme “se mio figlio minore fosse lontano, in un Paese straniero, sapere che c’è una mamma che gli dà un’occhiata…”, l’ho sentito ripetere più volte) che aveva invitato un ragazzo a pranzo e poi aveva “dovuto” mandare la ricetta del risotto a casa, alla mamma.

O, ancora, alla mamma di un ragazzo sedicenne di cui sono tutore attualmente che, poco tempo fa, gli ha spedito dal Marocco i dolci tipici del ramadan.

Oppure, a quando, una sera, un ragazzo che viveva con lui ha iniziato a fotografare la polenta: questa è uguale uguale, ha lo stesso sapore di quella che mi faceva mia nonna, quando in estate andavo a trovarla dalla Guinea al Gambia (o viceversa, non ricordo).

Insomma, al Giudice che ci chiede di elaborare nell’interesse del minore un adeguato progetto di vita che consenta “il mantenimento del legame affettivo con la sua famiglia d’origine” dovremmo allegare, alle relazioni semestrali, qualche ricetta. Aumenterebbero le possibilità che vengano lette (ma questo sarà oggetto di un altro capitolo…).

Quella sera di marzo l’ha presa larga, da lontano, come gli capita spesso, quando ha qualcosa da chiedere. No, non doveva prelevare.

L’ha presa così larga che ho iniziato a spiegargli l’atto di appello che si trovava sulla scrivania. Deve aver ceduto, credo, sul significato di appello incidentale, e il dialogo è stato più o meno così:


- ho pensato a una cosa in questi giorni. L’altra sera quando mi hai detto che avresti conosciuto volentieri i miei genitori, che ti piacerebbe vedere il mio paese, lo dicevi davvero o, come dire, per scherzo? Che a te piace scherzare.

- ma no dai, figurati, ero serio.

- allora volevo dirti che sono contento se vieni con me, quando torno a casa.

- (ohhh, stupore e meraviglia). Mah, non lo so, è la prima volta che torni a casa, forse sarei di troppo. Magari è meglio la prossima volta, l’anno prossimo.

- tranquillo, mi sono già informato, tutto a posto

- (ah, ok…)

- prendiamo l’aereo e andiamo alla capitale, Tirana. Poi non lo so magari prendiamo un taxi e andiamo a casa.

- ahah andiamo, prendiamo…

- ahah sì, sì, dai, andiamo, prendiamo.

- ok, allora andiamo, prendiamo!

- vedrai che mare, che bello! Adesso però devo andare, sono già in ritardo, stasera arriva la capa dei volontari. Ma tu la conosci?

- no…

- ah!


Un paio di giorni fa abbiamo prenotato il volo. Riuscirà ad essere a casa per il compleanno di suo fratello piccolo, tredici anni.

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