• Andrea Morzenti

Si scrive uno punto uno, si legge uno vale uno




Dev’essere andata più o meno così.


 

Il Partito Democratico propone un emendamento che assegna alla contrattazione collettiva la facoltà di introdurre nuove causali per i contratti a termine. il Governo dà parere favorevole. L’emendamento viene approvato a larghissima maggioranza.


Poi i Cinquestelle tornano a casa dal Parlamento e solo lì, tra le mura domestiche, realizzano cosa hanno approvato. Una breccia al loro decreto dignità, che anche causa loro inizia così a scricchiolare. E allora, non potendo più abrogare l’emendamento che hanno contribuito ad approvare, ne presentano uno nuovo. Che, nelle loro intenzioni, dovrebbe inserire un limite temporale alla breccia: 30 settembre 2022, non un giorno di più. Emendamento approvato.


E così tocca all’interprete, come sempre, provare a dare un senso a un qualcosa che un senso non ce l’ha. Le intenzioni sembra(va)no chiare, me le norme parrebbero dire altro. E cioè, la faccio breve, il primo emendamento potrebbe ritenersi applicabile a proroghe e rinnovi senza alcun limite temporale. Il secondo emendamento si applicherebbe, invece, solo ai primi contratti di durata superiore ai dodici mesi; qui, e solo qui, sì con il limite temporale del 30 settembre 2022.


Ma allora ci si chiede, se così, che portata avrebbe quel nuovo comma? Il giusto, cioè nulla direi. Ecco, appunto.


Del resto, quel comma - ironia della sorte - è numerato 1.1 che a me ricorda tanto il mitico “uno vale uno” dei Cinquestelle. A conferma, invece, che nello scrivere le norme (come in tutti i campi e aspetti della vita) uno non vale uno, perché affidarsi a Tizio non è come affidarsi a Caio. La potenza dei numeri, ha chiosato un amico avvocato giuslavorista.

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