• Stefano Morzenti

Ciao Renato

Aggiornamento: 24 gen 2021



Oggi è domenica. I miei post di solito escono di lunedì. Parlano di lavoro e di politica. Ma è giusto, molto, fermarsi un attimo a riflettere. E ricordare le cose importanti della vita, quegli incontri, quei momenti, che la vita ce la cambiano.

Ed è giusto, financo doveroso, tirare il fiato e ricordare chi oggi non c'è più a causa del maledetto COVID-19.


Il post di oggi l'ha scritto mio fratello Stefano. In ricordo di Renato che non c'è più, in memoria dell'Avvocato Renato Colombo di Cassano d'Adda.


Grazie Sti. E un abbraccio forte.

 

A marzo scrivevo di getto questo ricordo di Renato Colombo, che mi ha insegnato ad essere un avvocato. Ai suoi amici era piaciuto molto. Adesso che iniziamo a tirare il fiato, mi fa piacere condividerlo anche con voi. Per non dimenticare i tanti morti di questo dannato virus.


Ci siamo conosciuti per caso un gennaio di una quindicina di anni fa. Abbiamo parlato per un paio d’ore. Quasi esclusivamente di “Mani Pulite”. Gli avevo spiegato perché non volevo fare l’avvocato. Laureato da due anni, non lo avevo mai preso in considerazione, facevo altro.

Sono uscito dal suo studio con la lettera all'Ordine in cui scriveva che stavo svolgendo la pratica “con impegno e profitto”. Ci siamo trovati subito, forse per quel rifiuto a perbenismo e benpensanti, che ci accomunava. Anche se la pensavamo diversamente, su tantissime cose.


Non avrò molto tempo di insegnarti e spiegarti, se vuoi seguimi e cerca di imparare. E allora aveva recuperato una vecchia Vespa 200, da anni ferma in garage. Probabilmente la teneva per qualcuno dei suoi figli e spero che poi sia andata così.

Mi aveva trainato con una corda fino al benzinaio, tra un’udienza e l’altra. Eravamo andati in terra un paio di volte. Per seguirlo era necessario andare su due ruote. Non c’erano alternative.


Aveva un bisogno enorme di stare con le persone. Per lui, ad esempio, era impensabile mangiare da solo. Raccontava che gli era capitato solo una volta, nella vita. E al ristorante aveva chiesto che gli portassero una radiolina che gli tenesse compagnia.

Questa necessità e quel suo essere sempre personaggio fuori dalle righe nascondevano i suoi dolori, iniziati con quell'ala spezzata che si trova nel monumento all'uscita di Brescia Ovest.


Amava ascoltare musica classica, anche in studio, e le citazioni colte. Ma anche la battuttaccia da spogliatoio, soprattutto con gli amici in trattoria (quanti pranzi infiniti).

Gli piaceva l’idea di trasmettere la professione. Per come la intendeva lui. Ogni volta che ci sentivamo, e secondo me con un pizzico di orgoglio, si scusava con me per averlo fatto. Non me lo perdonerò mai, diceva, sorridendo. Con quel sorriso da gigante buono.

Lavorare con lui era difficile. Tanto generoso, intelligente, libero, quanto insopportabile. Senza orari, senza regole. Nel disordine del suo studio, che non può neppure essere descritto e che era la sua casa.


Era un avvocato, sempre. Ripensamento notturno era la voce che mancava nelle tariffe professionali, secondo lui. Gli orari di ricevimento dei clienti non esistevano. Chiamami dopo le 16 e ti dico.

Poteva rispondere da una pianta con una motosega in mano, oppure a 50 chilometri da casa, perché qualcuno aveva chiesto un’indicazione stradale e lui aveva detto seguimi (anche se l’intelligenza di una persona la capisci da come ti dà le indicazioni stradali, diceva, quando eravamo in giro per una delle sue “imprese”). Ripeteva spesso che non fidarsi è bene, ma fidarsi è meglio. Che certi incarichi si assumono solo se sai mettere in conto l’ingratitudine. Cosa che spesso si dimenticava di fare.


L’ho pensato in questi giorni alle prese con l’autodichiarazione. Lui che poteva commettere infrazioni al codice della strada per 100 punti al giorno, o che poteva alzarsi in un’Aula Magna del Palazzo di Giustizia di Milano gremita, agitando le corna, e chiedendo al relatore, se dargli del cornuto davanti a tutti potesse costituire una violazione della privacy.


Renato, mi perdonerai per queste righe (anche oggi – 4 giugno - che finalmente sono riuscito a venire al cimitero). Ci rincontreremo, non finisce qui.


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