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  • Luciano Bertoli

Viene giù il Gleno




Per gentile concessione dell'autore riporto di seguito il testo del monologo da lui letto e interpretato alla piana del Gleno, nella giornata di sabato 12 agosto 2023, in occasione del Concerto "Viene giù il Gleno". Grazie.



“Gleno” è il nome di un torrente che scorre in Val di Scalve, nasce sul Monte Gleno, scende fino a incontrare il fiume Dezzo per percorrere con lui il viaggio attraverso la Valcamonica, fino al Lago D’Iseo.

Lungo il corso del torrente Gleno, in alto, a millecinquecento metri di altezza, fu costruita una diga.


Salire alla diga del Gleno è faticoso ma appagante, come lo è ogni passeggiata che si fa in montagna. Uno dei miei primi ricordi è l’emozione che mi colse. Poco sopra il ponte di Meto quando mi accorsi che i rami degli alberi formavano quasi una volta sopra il sentiero Forse fu uno dei miei primi appuntamenti con lo stupore.

Così la natura ogni volta mi riprende e mi rasserena, respiro l’aria fina, mi rinfranca assaporo i profumi del bosco. Gli abitanti li chiamano per nome questi boschi, io li riscopro ogni volta e i miei occhi frugano alla ricerca di qualche fungo, di un ciclamino, una radice che sporge . Hanno questo potere i boschi della Val di Scalve, mi fanno tornare all’orecchio le voci che da piccolo mi guidavano alla scoperta della Montagna, quando venivamo qui in estate.

E quando ci sei arrivato alla diga, le tracce di quello che fu il rovinoso crollo di cent’anni fa ti appaiono evidenti. Alte campate che si susseguono e si interrompono sul vuoto, una voragine che è lì e si mostra senza remore. La diga del Gleno è qualcosa che si attraversa e ci attraversa. Oggi che non è più barriera ma squarcio, ferita, fenditura, soglia, transito, trapasso. Ma anche grembo, culla, abbraccio, riparo.


Quella della diga del Gleno è la storia di una tragedia annunciata. Costruita tra il 1919 e il 1923 per volontà dell’imprenditore Galeazzo Viganó, presenta fin dalla sua nascita problematiche sia dal punto di vista costruttivo, che da quello dei materiali impiegati. La fretta e l’ingordigia infatti sono fin dall’inizio i motori trainanti di un cantiere mal architettato, che gli stessi operai impiegati nella realizzazione non esitano a definire “fatto alla carlona”: un susseguirsi di impasti edilizi mal miscelati, con calce povera e poco cemento, e di costanti ordini di fare presto perché la diga porterà lavoro ai locali e ricchezze allo Stato. E lo Stato, l’Italia, di quella ricchezza, di quella vitale energia ha davvero bisogno… Gli operai raccontano che, oltre a essere di scadente qualità, i materiali impiegati vengono mal utilizzati: barre di metallo di pochi centimetri adagiate sopra i piloni, così da simularne un’armatura, e colate di cemento gettate sopra il pietrame senza nemmeno averlo battuto precedentemente, come di regola. E, come se questo non bastasse, un cambio di progetto improvviso e mai autorizzato dal ministero, che amplia la portata d’acqua del bacino. Questo passaggio da una diga a gravità a una ad archi multipli avviene senza soluzione di continuità e sarà, insieme a tutte quelle elencate fin qui, una delle cause dell’inevitabile. I lavori fatti grossolanamente e senza attendere i corretti tempi di stagionatura del cemento, senza collaudi e senza controlli hanno eretto un enorme muro pieno di perdite e zampilli, un muro fatto di bugie, pronto a crollare.


Rumori impregnati di falso, ingannevole velluto poi sempre più ruvidi infidi e odoranti di fango preparano un inatteso funerale a una montagna tremebonda schiava impotente di natura indifferente. Sfila al cospetto di una diga che urla la sua maestosità la processione pettoruta degli alfieri del progresso a ogni costo. All'orizzonte la sagoma di un prodigio "con questa diga l'Italia crescerà". Intanto l'acqua morde frammenti di roccia indifesi "la montagna si sta ribellando e noi stiamo sempre più tremando". Il primo dicembre 1923 Pochi minuti dopo le 7 il guardiano della diga stava camminando sulla passerella quando sentì un rumore di sassi che cadevano e notò una crepa in un pilone. Cercò di affrettarsi verso la sua baracca, dove si trovava il telefono per dare l’allarme, ma non fece in tempo. Alle 7.15, sotto il suo sguardo impotente la crepa si allargò fino a diventare uno squarcio enorme, rilasciò sei milioni di metri cubi di acqua.

Il lago d’acqua si riversa sulla vallata sottostante e la sua massa è tale che basterà lo spostamento d’aria a distruggere il primo paese sul suo cammino, Bueggio. All’arrivo dell’acqua il sagrestano è sul campanile, che viene portato via con lui, con le case, i boschi e tutto ciò che viene investito. Nella sua furia, l’acqua spazza via le centrali di Valbona e del Dezzo, per poi precipitare sull’abitato poco distante. L’acqua, carica di detriti e fango, riempie le case e alcuni dei pochi superstiti saranno costretti a rifugiarsi sui tetti. Una volta incanalatasi nella via Mala, la forza dell’acqua trova un ostacolo nel canyon, dove si forma una sorta di tappo: da qui l’acqua torna indietro con rinnovata forza, investendo per la seconda volta il paese di Dezzo e depositandosi poi sopra le macerie in un vasto lago che defluirà lentamente. Una volta ripreso il suo corso, l’acqua raggiunge rapidamente Angolo, Darfo, Corna e le zone limitrofe, mietendo numerose vittime, fino a concludere la sua corsa nel lago d’Iseo. Il successivo processo e l’attribuzione delle responsabilità appartengono alla storia: nessuno pagherà veramente per l’accaduto, per quanto possa una pena risanare una ferita così grande. L’impatto sulla vita delle persone investite dal disastro è devastante. Nel solo abitato di Dezzo le vittime furono 180. Non ci fu famiglia che non ebbe almeno un lutto. I racconti dei superstiti parlano di un paese in preda a una disperata follia collettiva.


Chiasso di acque nei cieli,

una montagna intera che sfracella sopra l’invaso di una diga.

Era di notte, aggredite dal crollo

esplosero le acque verso l’alto a strappare le case

dai pendii a meridione e poi di nuovo in giù, acque su acque,

oltre la muraglia-sgabello a sradicare la valle.

Ascolta il tutto del sangue quando l’amore stringe:

moltiplicalo per il quadrato delle stelle fisse,

aggiungilo agli schianti del bosco cancellato,

larici, abeti, càrpini, betulle, cervi, gufi, lepri, martore,

uova, ali, zampe, artigli stritolati: e poi dividi

per il silenzio di un minuto dopo. Non giocare con l’acqua,

non chiuderla, frenarla, è lei che scherza

dentro grondaie, turbine, ponti, risaie, mulini e vasche di saline.

È alleata col cielo e il sottosuolo,

ha catapulte, macchine d’assedio, ha la pazienza e il tempo:

passerai pure tu, specie di viceré del mondo,

bipede senza ali, spaventato a morte dalla morte

fino a metterle fretta.


Tra le tante testimonianze raccolte negli anni una in particolare fotografa la triste condizione dei giorni immediatamente successivi al crollo: Angelo Piantoni detto Manangel, allora diciannovenne, si salva dalla furia dall’acqua, ma nel disastro perde nove dei suoi familiari tra cui una giovanissima sorella. A sessant’anni da quel giorno, la sua voce è ancora rotta dal ricordo: “Il dolore e la disperazione provati in quei giorni mi fecero ammalare. Dovetti sottopormi a molte cure e per molto tempo. Avevo parecchi incubi e vedevo continuamente acqua e fango, macerie e cadaveri dappertutto. Molte altre persone rischiarono di perdere la ragione e dovettero essere curate. Ricordo che quando pioveva a lungo, mi tornavano gli incubi, perché la pioggia mi ricordava quei giorni tremendi. I ricordi, mio Dio, i ricordi sono terribili. C’era una donna laggiù, vicino al cimitero di Sant’Andrea, era la moglie di un fabbro che lavorava giù in Valbona e lui era rimasto dentro nel disastro. Vestiva tutta di nero, ben vestita, mi ricordo, e si rotolava nel fango. A vedere quella donna, avrà avuto 40, 45 anni al massimo, che si rotolava come un maiale. Non ragionava più, era disperata così, in mezzo alla strada, non sapeva più cosa si facesse. Poi ricordo che arrivato qui, al ponte del Dezzo, ho incontrato il Carissoni, che viveva nella casa dove lavorava mia sorella, e in quella casa giù sotto, nella stalla, c’erano dei bambini che erano giù a fare colazione. Avevano portato un paiolo con la pappa perché allora si usava così, si faceva una pappa con il latte e loro stavano mangiando. È così che li hanno trovati, morti, con il cucchiaino ancora in bocca”.


Ciò che avviene in seguito al disastro fa mutare per sempre la vita di chi l’ha vissuto, sotto ogni aspetto. I pochi possedimenti vengono distrutti e gli affetti perduti per sempre. L’impatto dell’evento stravolgerà la realtà delle comunità per gli anni a venire: le famiglie si ritrovano a adattarsi con ancor meno di quel poco che avevano prima e sono in molti a dover ripartire da zero. La ferita non verrà mai sanata, il dolore mai totalmente sopito. I paesi colpiti non torneranno mai più quelli che erano e così le persone. Quello che il Gleno lascia dietro di sé, della memoria di quel giorno, è un ricordo doloroso e indelebile, lo stesso ricordo che è arrivato fino a noi oggi, come tramandato di generazione in generazione, e che noi continuiamo a tramandare.

I resti della diga sono come labbra, perimetrano una soglia da cui passano parole che chiedono di essere accolte, ascoltate.

Forse la parola che la diga ‘adesso’ pronuncia e consegna - è quel maestoso albero di ciliegio che si offre allo sguardo di chi la raggiunge e di chi la saluta. Quell’albero è l’immagine attorno alla quale sono chiamati a raccolta i nostri pensieri. Per la fedeltà che dobbiamo a quel dolore, a quella fredda mattina di un lontano dicembre, la parola più vera non è nel muro, ma nel muro che si fa albero. Imbastire con lettere antiche parole nuove. Capire come dalle macerie possiamo trarre ogni giorno germogli. Fare attenzione che nessuna memoria si faccia muro, arroccamento.


“Quando è venuta giù la diga…” È un incipit che ricorreva nei discorsi dei grandi di allora, ma non ricordo di averla mai capita fino in fondo, la diga, nella sua tragedia.

Oggi, la memoria di questa tragica vicenda è ancora viva qui, mentre fuori dalla Valle forse pochi sono a conoscenza del fatto che molti anni prima del Vaiont, un simile episodio fosse avvenuto nella piana del Gleno, nel territorio del comune di Vilminore di Scalve, coinvolgendo anche la Valcamonica e mietendo centinaia di vittime.

“Gnirà giò ‘l Glen Verrà giù il Gleno” è la frase che veniva detta cent’anni fa, quando la gente bene o male sentiva che il disastro stava per accadere, che la diga stava per crollare e infatti … L’è gnìt giò ‘l Glen

Oggi si sale al Gleno È una bellissima passeggiata… Ma nel cuore di chi sa, rimane un pensiero, un velo di tristezza, riscattato solo dal desiderio, dall’impegno di ricordare anche a chi non sa ancora, di rendere un tributo di amorevole memoria a tutte le persone che hanno trovato la morte la mattina del primo dicembre del 1923. È un pensiero di rispetto e di debito morale verso un territorio a cui è stato portato via troppo e rendere omaggio a chi ha perso tanto e dare persistenza al ricordo.

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Ciao Elli

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